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28.6.08

makaki per sempre

Ed anche il terzo anno è finito, anzi è finito tutto il corso di teatro. Il saggio è stato bello,emozionante ed appagante. Una gioia bellissima? Forse un pensiero, un piccolo pensiero ha fatto capolino dentro noi. Una domanda: e dopo, cosa faremo dopo? Un velo di tristezza e malinconia. Dovremmo essere super contenti, invece il dubbio che sia finita e che ci si perda di vista è reale, come sempre questo dipende solo da noi. Abbiamo un progetto, anzi due.....non scordiamoci che ancora una volta un gruppo,un grande gruppo di amici ce l'ha fatta e ce la farà. Noi siamo i makaki!!!

27.6.08

da Manuela per noi

Il tuo sorriso - Pablo Neruda Toglimi il pane, se vuoi, toglimi l'aria, ma non togliermi il tuo sorriso. Non togliermi la rosa, la lancia che sgrani, l'acqua che d'improvviso scoppia nella tua gioia, la repentina onda d'argento che ti nasce. Dura è la mia lotta e torno con gli occhi stanchi, a volte, d'aver visto la terra che non cambia, ma entrando il tuo sorriso sale al cielo cercandomi ed apre per me tutte le porte della vita. Amor mio, nell'ora più oscura sgrana il tuo sorriso, e se d'improvviso vedi che il mio sangue macchia le pietre della strada, ridi, perché il tuo riso sarà per le mie mani come una spada fresca. Vicino al mare, d'autunno, il tuo riso deve innalzare la sua cascata di spuma, e in primavera, amore, voglio il tuo riso come il fiore che attendevo, il fiore azzurro, la rosa della mia patria sonora. Riditela della notte, del giorno, della luna, riditela delle strade contorte dell'isola, riditela di questo rozzo ragazzo che ti ama, ma quando apro gli occhi e quando li richiudo, quando i miei passi vanno, quando tornano i miei passi, negami il pane, l'aria, la luce, la primavera, ma il tuo sorriso mai, perché io ne morrei.

6.5.08

vendesi seminario

Causa impegni non prevedibili non potrò partecipare al seminario di Serena Sinigaglia del 24 e 25 maggio che si terrà a Finale Ligure, ho già pagato 120 euro per la prenotazione, se qualcuno desiderasse partecipare al mio posto gli cederei la mia iscrizione per la metà delle cifra pagata. ( riservato ai compagni di Legnano)

7.4.08

30.3.08

Chat

Dopo la riunione “plenaria” di Teatri Possibili ed avendo ascoltato attentamente C. D’Elia e le sue argomentazioni, cercando di essere comunque collaborativi/o ad un progetto di teatro che forse sta passando un momento di empasse legato a mille ed un motivo, propongo una piccola cosa, quasi una inezia nel mare magnum delle possibili proposte. Propongo,infatti, una chat per tutti gli appartenenti e nelle più svariate vesti alludendo quindi non soli agli allievi,ma comprendendo anche insegnanti , coordinatori , attori ecc. Perché una chat? La risposta sarebbe perché no! Ma dico invece che sarebbe un modo agile e veloce per mettere in discussione un argomento e comunque averne la percezione di cosa tutti o quasi realmente ne pensano. E’ vero che esiste il forum che ha una validità accertata, ma ne siamo così sicuri della sua utilità reale? Io lo ammetto non ho bazzicato molto il forum ma vedo quasi sempre gli stessi nomi e non riesco ad apprezzare cosa poi succeda in base a quello che ho letto, non vedo risultati tangibili che penso invece lo sarebbero di più in con un mezzo diretto come la chat. Se una proposta è gradita o meno lo si capisce quasi istantaneamente. Penso che anche per la direzione sarebbe una bella opportunità per tastare il polso quasi in tempo reale. Penso ad un filo diretto con un attore , con un direttore , ma anche ad una proposta fra allievi che difficilmente avrebbero l’opportunità immediata di combinare un appuntamento o scambiarsi l’indirizzo delle proprie email. Ho scritto della chat anche sul forum e appunto vedo iniziali segnali positivi ma come dicevo la lentezza è nemica della proposta , poi quando non sarà in prima pagina…Scrivo tutto questo sul blog che è il nostro blog, ora decaduto ma che come saprete è stato il collante del nostro gruppo che bene o male ha creato in alcune persone amicizie che restano per me tra le più care e sicure nel tempo. Alludo a Fran , Roby , Andre , Wina, Mick , e altre ancora alle quali si stanno aggiungendone altre. Grazie per l’attenzione. laminavagante

18.1.08

La grattapugia

Un utensile dal nome misterioso che altro non è se non una spazzola per lucidare l'oro!Si tratta infatti di un apposito attrezzo che viene impiegato per lucidare l'oro zecchino , esistono diverse varietà di oro, In particolare l'oro più pregiato, chiamato appunto oro zecchino o anche oro opaco, necessita di una fase di lucidatura che faccia emergere appieno la sua brillantezza.La grattapugia è costituita da un insieme di filamenti in fibra di vetro tenuti insieme, anzi letteralmente "legati" da un cordoncino avvolto strettamente a spira attorno ad essi. Man mano che, con l'uso, la fibra di vetro si consuma lo spago viene via via srotolato: Un'alternativa più moderna è costituita da una speciale portamine a pulsante -che in questo caso si dovrebbe definire porta-fibre - dove i filamenti in fibra di vetro sono contenuti in un fusto metallico e vengono fatti sporgere premendo il pulsante: La lucidatura si esegue strofinando sul decoro i filamenti, che alcuni impropriamente chiamano setole, della grattapugia: poichè la fibra di vetro tende a disperdere piccoli frammenti che sono dannosi se respirati ed fastidiosi se s'infilano, come piccolissime ed invisibili spine, nella pelle, sarà bene effettuare questa operazione proteggendo l'accesso alle vie respiratorie con una mascherina e le mani con dei guanti usa-e-getta.

(ma chi me ferma ammè? Na grattapugia! Naaaaaaaaa!

9.12.07

undicesimo comandamento

e ho detto tutto!

26.10.07

Berkoff: tentando di dipanare il groviglio di informazioni e pettegolezzi sul suo conto, in un’orgia massmediologica in cui lui stesso è vittima sacrificale e ministro del sacrificio. Un nome sconosciuto a molti (“Steven who?”) e il volto noto a tutti, capace di suscitare passioni forti, che oscillano dall’adorazione al disgusto, ma che raramente scadono nella mediocrità o nel tiepido giudizio. L’uomo di teatro, che tanto ha lottato per smuovere i titani soffocanti della West End, negletto, aggressivo e pronto a colpire per non essere affondato. L’uomo di cinema, che a causa di qualche successo da botteghino ha inciso delle carni, nelle pieghe del volto cangiante, un timbro indelebile, una sorta di lettera scarlatta leggibile nel luccichio agghiacciante dei suoi occhi: ‘V’, villain. Cattivo. Creatore di un teatro e di una letteratura che trovano un’impressionante corrispondenza autobiografica, una narcisistica messa in scena della sua stessa vita: Steven Berkoff-l’uomo viene confuso con Steven Berkoff-l’attore, fino a venire giudicato ed attaccatto personalmente a causa delle azioni delle “persone drammatiche” a cui ha insufflato energicamente vita: se Victor Maitland cerca di eliminare il Beverly Hills Cop Eddie Murphy, perché Steven Berkoff non dovrebbe esser capace di uccidere il critico che ha minacciato (“per scherzo, ho grande rispetto per la vita umana”) dopo una recensione distruttiva? E se il povero Harry si suicida per aver ricevuto solo sei cartoline di auguri natalizi, perché non colpire colui che lo ha creato, insinuando che di sicuro anche la sua vita sarà vuota e arida come quella del soccombente personaggio? Attore di genio, regista di talento, con un penetrante sguardo da clown perverso e un fare da teppista provocatore, Berkoff ha speso tutta la sua carriera e gran parte della sua vita a dimostrare di essere all’altezza di chi lo circondava, e l’unico mezzo per reagire al senso di rifiuto e solitudine, persino di persecuzione, è sempre stato quello di aggredire per primo, di agire perennemente in nome dell’esagerazione, dell’eccesso, dello scandalo; il suo merito - la sua condanna - è la singolarità assoluta del suo essere uomo di spettacolo tout court, e questa eccezionalità destina Berkoff ad una profonda solitudine da “mosca bianca”, anche nella sfera privata: lui stesso ammette di aver sacrificato per la vita artistica “la normalità, la possibilità di avere una famiglia con dei figli, la felicità, l’equilibrio necessario per costruire una vita lineare”

25.10.07

Tennessee Williams è probabilmente il più grande drammaturgo americano del XX secolo. Le sue storie sentimentali votate alla catastrofe, i suoi personaggi perennemente esposti alla violenza del mondo, e perfino le singole battute dei suoi lavori più celebri fanno ormai parte del patrimonio culturale degli Stati Uniti al pari delle poesie di Whitman, dei romanzi di Hemingway, delle canzoni di Dylan. Thomas Lainer Williams nasce a Columbus (Mississippi) nel 1911. Di famiglia puritana, Williams trascorre i primi anni di vita stretto tra le nevrosi di sua madre e l’insofferenza di un padre conservatore e autoritario che tollera di cattivo grado la fragilità quasi "femminile" di quel figlio così lontano dai "sani e robusti ragazzi del Sud". Laureatosi alla University of Iowa, Williams inaugura un’esistenza girovaga che lo vede impegnato in mille lavori saltuari. Questo non gli impedisce di scrivere i primi racconti e le prime pièces, nate sotto l’influenza di Cechov e il sostegno di litri e litri di caffeina. Il successo arriva con Lo zoo di vetro, rappresentato per la prima volta a Chicago nel 1944. "Prima del successo dello Zoo avevo quasi toccato il fondo", racconta Williams, "Non avevo più soldi. Inoltre, erano anni che scrivevo e lavoravo contemporaneamente come cameriere, ragazzo dell’ascensore o addirittura operatore della telescrivente sottoponendomi a ritmi che avevano distrutto la mia salute, o quel che ne restava. Non penso che avrei resistito ancora un anno, se non avessi avuto improvvisamente la dispensa della Provvidenza con lo Zoo". Gli anni successivi sono segnati dalle grandi prove di Un tram chiamato desiderio (1947), La rosa tatuata (1951), La gatta sul tetto che scotta (1955), puntualmente seguite dalle relative trasposizioni cinematografiche che consacrano Tennessee Williams come il drammaturgo più noto e rappresentato di tutti gli Stati Uniti. Con un linguaggio di grande intensità emotiva, i lavori di Williams si stringono quasi ossessivamente intorno a pochi temi (la perdita dell’innocenza, la degradazione personale e collettiva, lo sfacelo fisico, la patologia sessuale) utilizzando il Sud degli Stati Uniti come terreno ideale per uno scontro di passioni che trova equivalenti di rilievo forse soltanto in William Faulkner. La vita privata e professionale di Tennessee Williams subisce un brusco crollo nel 1963. La morte per cancro del suo compagno Frank Merlo getta il drammaturgo in uno stato di prostrazione dal quale non riuscirà più a venir fuori. Ipocondria, alcol, instabilità emotiva segnano i vent’anni successivi. Anche la sua produzione perde lo smalto iniziale, ricevendo sempre meno consensi di critica e di pubblico. L’epilogo il 24 febbraio 1983. All’hotel Elysée di New York, "in preda a stato confusionale", Williams ingerisce accidentalmente un intero tubetto di barbiturici. Stava per compiere settantadue anni.